mag
15
Inserito da ルッジェーロ il 15 maggio 2008 Trackback.
Vuoto. Vuoto e dimenticato e cancellato, continuo a scrutare nel bianco vuoto. Non posso trovare la fine, ho dimenticato l’inizio, e in questo silenzio qualcosa dentro di me sta urlando che forse perdere la strada era tutto quello che desideravo. Ma il cielo brucia di rabbia e reclama il suo nero, vedo le sue dita rossastre scendere nella notte-non-notte artigliando nel latte che si dissolve, e dopo il bianco scende il nero, e io lo accolgo, come sempre è stato nel mio cuore, come un vecchio amico che ormai conosce la mia storia, e che non può più tradirmi, come se dentro di me, non volessi nessun altro. Perchè la luce inganna, e i suoi riflessi sono da guardare, e mai da adorare, come ho fatto e come ho potuto ridere piangere sperare sognare prigioniero in un riflesso, perdendo sostanza, perdendo forma, andavo a perdendo me stesso. Ma ho ancora un fratello, e ancora un regno, e ancora il dominio sulle tenebre della mia mente.
mag
12
Inserito da ルッジェーロ il 12 maggio 2008 Trackback.
Luce. Luce che ti colpisce violentemente, colpisce la tua superficie e tu lenta cominci a scaldarti, a fremere vibrare risvegliarti dal sonno del buio che ti ricopriva. Vibrazioni sotto di te, rumori vibranti rumori ritmici e le tue fibre vibrano scompigliandosi nell’aria che ti viene risucchiata attorno e la paura che ti avvolge, senti la senti sopra di te con violenza. La senti strofinarsi su di te e annegarti nella sua liquida consistenza ricoprirti e continua ad accompagnarti nel risveglio, mentre sei distesa, poi lentamente ti abbandona, goccia dopo goccia evapora nel calore luminoso della finestra aperta. Sei sempre lì, distesa nella luce ad ascoltare le vibrazioni del pavimento su cui sei stesa, ascoltare ed attendere, sentendo ogni fibra del tuo corpo vibrare e flettersi nella brezza del mattino. Attendi. Una porta si apre, sfiorandoti appena e tu non ti muovi, incatenata, incollata al pavimento. Sulla porta c’è un uomo. Allunga le braccia, come per riprendersi anche lui da una lunga notte. Fuori dalla finestra, fuori dalla tua vista, rumori prolungati e strazianti, un ululare sonoro espressione di qualcosa che hai visto nelle fotografie appese alle pareti, un esterno che puoi solo immaginare, espressione irreale del Fuori. E l’uomo infila una mano in tasca, abbassa gli occhi e tu ora li puoi vedere, ora che ti guarda ti senti bruciare di odio, odio che vibra su di te, esce dai tuoi occhi sottili e si fissa nei suoi. Come se non ti vedesse lui tira fuori una sigaretta, si appoggia alla porta e l’accende. Guardi il fumo con odio, hai sempre odiato le sigarette. Ha finito, ora guarda la finestra, guarda ciò che tu non puoi vedere. Troppo in alto. Lascia cadere su di te la sigaretta, e senti il tuo corpo bruciare. Allunga un piede e schiaccia violentemente su di te il mozzicone fumante, mentre tu continui a bruciare e bruciare di dolore. Lui, è il primo di una moltitudine, di una moltitudine che ti calpesta. Puoi solo rimanere ferma, fino alla fine della tua giornata.
mag
03
Inserito da ルッジェーロ il 03 maggio 2008 Trackback.
Nel riflesso di una pozzanghera ho visto anche il sole, nella perla racchiuso come sofferente, ed è un sole debole, pallido fantasma della luce che brucia nel cielo. Così, lo voglio guardare, debole e stanco. Contrappasso. Tu mi tradisci ogni giorno, mi porti la luce e mi porti la speranza, e non mi parli della notte che scenderà a portarmi via. Non mi parli e ti inabissi, esplodendo nel mare, lanciando gli ultimi tuoi brandelli di luce, mentre ti allontani, e mentre si allontana. E quando nera e fredda arriva, silenziosa sussurra, “…”.
apr
24
Inserito da ルッジェーロ il 24 aprile 2008 Trackback.
Oggi si celebra la morte della mia coscienza. Oggi il silenzio dei rumori del mondo ha soffocato ogni speranza. Oggi cammino per la città senza veramente uno scopo, sento ogni cosa fermarsi in un attimo eterno di luce e vorrei alzare gli occhi e guardare il mondo ma tutto crolla al suono delle auto che mi corrono ai fianchi, ai suoni emessi dalle persone che mi circondano. Voci che mi ripetono che questa è la realta. Voci che ripetono che questa è la vita. Voci che non sento. Nel riflesso di una pozzanghera ho visto il cielo brillare di stelle, pallide luci lontane. Continuo a camminare, sempre solo nel silenzio di un tramonto, alla fine del mondo.
apr
23
Inserito da ルッジェーロ il 23 aprile 2008 Trackback.
E il caldo trasudava da ogni pietra, e sospeso -lunghi e calcificati- K guardava con stupore semianfetaminico la ragnatela di quei pali, di quegli steli che si innestavano nella pietra, sopra, e nella melma nebbiosa della barena, sotto. In realtà dalle pietre arroventate su cui stava non poteva vederli, non vedeva quella miriade d’aghi come conficcati nel terreno da una qualche sarta impazzita, a sostenere pietra e plastica rilucente della Città. Ma li sentiva. E non ne comprendeva la storia. Questo è solo un mio sogno allucinato si diceva rassicurandosi asciugandosi le gocce di sudore-vapore che esalava dalle pietre e dalla sua pelle. La Città. Solo il prodotto di una colossale mente rovinata stagliato su di un cielo di sasso grigio chiaro (ah nemmeno l’ultima guerra ti dicevi l’aveva spazzata via, sta sempre qui ci sono sempre sopra) e conficcata in una orribile distesa e di fango e cementi e metallo dimenticato. (non capisci, non capisco, scivola dalla tua mente che non capisce l’angoscia degli abitanti di un tempo, in lotta contro un mare minaccia, non ricorda si doveva ancora nascere la colossale opera di prolungamento e consolidamento del passato, e il mare poi fuggito). Continuava a non capire, strappato e straziato nella sua febbre acida, guardava una pietra plastificata COMPRA HJD e ora si domanda chi o cosa fosse HJD, e se esistesse ancora, la solita domanda del tipo che sai non avrà mai risposta. E non sarebbe di certo rimasto ad attendere una risposta. La pietra bollente, i segni di innumerevoli mani e la loro impercettibile storia ormai scivolata e obliata nel pozzo oscuro sotto, laggiù. E nulla è definito ed evidente, nella luce accecante che abbaglia e confonde. Ma non dura. Nella notte che immediatamente scendeva e copriva, i mille occhi elettrici che si accendevano, la vibrazione pulsante automatica di pompe d’aria, e sopra tutti il mormorio radio della torre di San Marco, un nome che ha storia ormai dimenticata fra le infinite vie aeree tracciate dal suo continuo emettere, dal suo continuo pulsare. E ancora, a volte, guardava, alzava gli occhi dal suo sogno, dai sogni allucinati e contorti della sua mente, e il cielo era sempre lì, la sua carne liscia luminosa splendente ora in frattaglie luminose, fotoni dispersi. Luce, che scivola e in cui scivolano frazionandosi i recettori visivi dei suoi occhi, liquefazione dell’ immagine, nel fluire nervoso di segnali indecifrabili. E a volte correva rincorreva stringeva fra le mani i serpenti di luce al neon aggrovigliati fra loro in parole espressioni confuse, strisciava con loro frastornato trascinato nella loro folle danza sui ponti sospesi nel vuoto, sotto la pioggia metallica e silenziosa, nei riflessi di esplosioni lontane e fuochi accesi tremuli nelle chiese deserte o forse no, e ne contava rimirava i luccicanti riflessi sporgendosi dallo strapiombo della riva, guardava quelle gocce raggiungere la fine in basso, alla base dei pali biancastri. E poi alzandosi, camminava ridosso ai muri brulicanti di scritte a vernice fosforescente olografica (l’acqua è lontana) (secca ogni cosa) (questa, è la Città, DOPO!). Allunga una mano, confondendo frammenti artificiali della sua pelle nei riflessi della luce del laser olografico. Sente il deserto attorno. Segue con gli occhi il volo di un foglio di carta, senza interesse a raccoglierlo quanto a vederne la fine nell’abisso, laggiù. E poi la mattina, Il trionfo di nuovo del grigio-fallout sul nero, e la mattina non porta alcuna luce. Nessuna luce, nell’infinito dedalo di calli, occhi di persone sfuggenti, quasi a nascondere un storia, che rimane, muta, nelle pozze di riflessi violacei e incrostazioni saline, nel caos silenzioso della Città, dopo.
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